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Venerdì 19 gennaio al Teatro Vittoria di Torino, la prima italiana di Fu verso o forse fu inverno

Venerdi 19 gennaio al Teatro Vittoria di Torino,  la prima italiana di Fu verso o forse fu inverno, la composizione di Stefano Gervasoni ispirata ai versi del poeta Lorenzo Calogero, incisi a Parigi sul Viale dei Canti di Giuseppe Caccavale.

In programma ci sono varie sue composizioni. Ce le può brevemente raccontare, con particolare riferimento ai brani Fu verso o forse fu inverno in prima italiana e Altra voce in prima esecuzione assoluta?
Mi limito a dire che il filo rosso che lega queste composizioni è l’idea di un’espressione musicale così discreta da poter contenere dei segreti.

Alla stregua di Schumann, la mia intenzione non è tanto quella di esprimere un’idea direttamente, magari con enfasi, energia e virtuosismo, ma di imprimerla, inscriverla dentro la composizione, temperando al massimo la volontà di dire (che molto spesso è legata a una presunzione di tipo narcisistico da parte dell’artista) scegliendo mezzi e dispositivi espressivi che quasi vi si oppongano.
Per questo motivo parlo di musica in-espressiva, cioè di musica resa ancor più espressiva per il fatto di usare delle tecniche di scrittura che criptano nella musica stessa gli enigmi significanti che l’ascoltatore attento può scoprire all’ascolto e scorrendo le partiture. Anche Schumann faceva così!

Per la composizione Fu verso o forse fu inverno, quasi un ciclo liederistico schumanniano, vorrei citare alcuni frammenti dalla presentazione che scrissi per la sua prima esecuzione, nel 2015: è un omaggio alla poesia di Lorenzo Calogero (1910-1961), poeta italiano purtroppo ignoto ai più, a cui mi sono avvicinato grazie a Giuseppe Caccavale, artista, e a Marina Valensise, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.

Affascina a una prima lettura la bellezza e la musica(bi)lità dei suoi versi, quasi anestetizzanti la sofferenza dello sguardo profondamente introspettivo con il quale Calogero analizza attentamente emozioni, sentimenti e percezioni e cerca scrupolosamente le parole e le corrispondenze di suono per trasfigurarle.
È dunque una poesia intimista, ma che non si richiude su se stessa in auscultazioni compiaciute e solipsistiche. Nelle sue costruzioni sonore, Calogero crea labirinti che portano a liberare e a trascendere il dolore di una condizione personale attraverso la quale egli esprime la sua viva conoscenza delle cose, e non a imprigionarle in un universo autistico e autoreferenziale.
Visioni fantastiche eppure plausibili, associazioni improbabili, parole che in virtù della loro collocazione reciproca e della loro posizione nel verso, corrispondente o meno al suo ritmo naturale, sembrano suonare diversamente o significare diversamente, pur essendo da sempre scolpite nella familiarità del senso comune apparente.

Nella sua realizzazione, questo ciclo vocale – forse destinato ad avere un prolungamento – si presenta in una maniera del tutto convenzionale: una serie di liriche accompagnate dal pianoforte e “straniate” dall’elettronica che, diffusa sia all’interno del pianoforte stesso tramite degli eccitatori posti sulla tavola armonica, sia nello spazio della sala da concerto in maniera trasparente o spazializzata, si occupa proprio di trasfigurare la scrittura musicale e l’espressione poetica che essa contiene, in piena adesione al testo calogeriano. Così agendo proprio come la poesia di Calogero, compiendo un percorso che va dall’intimità delle emozioni sentitamente descritte alla loro sublimazione in metafore di pensiero. […]

Comunicato stampa

Intervista a Stefano Gervasoni


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